92 volte Carola Saletta: l’attaccante azzurra diventa la giocatrice con più presenze nell’Italia femminile. “Un percorso bellissimo, una favola vissuta insieme a tante persone importanti”

Nella partita Italia-Francia del Mondiale di Prima Divisione Gruppo A 2026 Carola Saletta ha fatto la storia dell’hockey italiano femminile: la piemontese ha raccolto infatti la 92a presenza ufficiale in azzurro, diventando la giocatrice con più caps della Nazionale, primato che fino a lunedì condivideva con la veneta Linda De Rocco. Con quello ungherese sono 15 i Mondiali cui Saletta ha partecipato (due di Prima Divisione Gruppo A, nove Prima Divisione Gruppo B, due Seconda Divisione Gruppo A e due in Seconda Divisione) in un percorso iniziato il lontano 12 aprile 2009 nella sua Torre Pellice in una sfida con la Gran Bretagna. 17 anni in azzurro, tre tornei iridati vinti (2014, 2018 e 2025) fino al momento del record, tre round di qualificazioni olimpiche, un’Olimpiade invernale con l’edizione di Milano Cortina 2026 e anche sette stagioni con la “C” sul petto.

Carola Saletta il suo con la Nazionale italiana è stato sin qui un viaggio lungo e al contempo entusiasmante. Se si guarda indietro cosa rivede in queste 92 partite in cui ha vestito la maglia azzurra?

“Sicuramente questa per me è stata una seconda famiglia, che ha contribuito in maniera importante alla mia formazione umana oltre che sportiva. È stato un onore e un privilegio poterci essere lungo tutto questo percorso, un percorso fatto di soddisfazioni e anche di momenti difficili ma durante il quale mi sono sempre sentita parte di qualcosa. Quel qualcosa ovviamente sono i gruppi con i quali ho avuto a che fare: ragazze con diversi background, caratteristiche e talenti, ognuna delle quali è stata parte del viaggio”.

In quel 12 aprile 2009 Carola Saletta esordiva a Torre Pellice indossando il numero 4, lo stesso di suo papà, un numero che l’ha accompagnata per tutta la carriera con l’Italia. Quanto è cambiato l’hockey femminile durante questi ultimi 17 anni per chi l’ha visto da dentro?

“In quel periodo c’erano ancora gli echi dell’Olimpiade di Torino 2006, un’edizione dei Giochi che ha lanciato e iniziato a sviluppare questo sport per noi. Il volto e le forme dell’hockey femminile allora erano molto diverse dal punto in cui siamo oggi, e ritengo sia bello vedere e notare come le tante tappe dello sviluppo abbiano portato al trend attuale in decisa crescita. Questa Nazionale ne ha passate tante di salite e discese, ricordo il grande entusiasmo dato dal successo del torneo 2018 ad Asiago, quando ci eravamo conquistate la Prima Divisione Gruppo A pur persa l’anno seguente: la pandemia purtroppo ha fermato tutto per tre stagioni, poi abbiamo vissuto un periodo d’assestamento e ora abbiamo l’opportunità di portare l’Italia tra le prime dieci squadre al mondo. Il movimento sta crescendo e spero che, grazie anche ai risultati e alla visibilità dell’ultima Olimpiade, si possa continuare a fare sempre meglio”.

Quindici Mondiali, 92 partite e tantissime esperienze una diversa dall’altra. Quali sono stati i passaggi che ricorda con più piacere nella sua carriera?

“Probabilmente il Mondiale di Prima Divisione Gruppo B 2018 vinto ad Asiago. Avevamo bisogno di vincere nei 60’ l’ultima partita e ci siamo imposte per 1-0 sulla Cina (con gol di Linda De Rocco ndr) pur rischiando tantissimo nell’ultima azione in cui eravamo sul ghiaccio tra le altre io, Nadia Mattivi e Franziska Stocker. Un gol delle asiatiche ci avrebbe fatto chiudere seconde invece l’abbiamo scampata ed è stata una grande emozione conquistare il Gruppo A per la prima volta. In quel periodo inoltre mi ero anche laureata a torneo in corso, è stato un periodo speciale della mia vita vissuto con un gruppo molto coeso. Così come coeso è quello di oggi, il nucleo del successo di Dumfries (31 gol fatti, 0 subiti e cinque successi ndr) di dodici mesi fa. Siamo passati anche da situazioni difficili: tra queste sicuramente l’ultima partita del torneo di Seconda Divisione Gruppo A 2013 ad Auckland in Nuova Zelanda: perdemmo 1-3 con l’Ungheria che fu promossa, noi seconde e con il lunghissimo viaggio da fare per tornare a casa pieno di magone. Sono comunque tanti gli aneddoti e gli episodi anche divertenti capitati durante tutte queste stagioni, li ricordo con un sorriso”.

A Milano Cortina 2026 con la squadra avete raggiunto i quarti di finale in un contesto unico, dentro e fuori dalla pista visto il grande interesse anche mediatico intorno all’Italia femminile. Come definire quelle settimane?

Come una sorta di favola, dove tutto è andato al meglio sia per il risultato che per la nostra disciplina. Si è visto benissimo come durante quei giorni fossimo seguite da tanti, anche non appassionati, e personalmente questa percezione l’ho avuta in diverse occasioni. Gli stadi pieni, le televisioni, i giornali: sapere che noi come gruppo abbiamo contribuito a tutto questo mi lascia enorme soddisfazione”.

Guardandosi indietro in questi ultimi 17 anni di Nazionale sente di avere qualche rimorso?

“No, mi sento serena per le scelte fatte e il percorso vissuto. Seppur come atleta cerco sempre il pelo nell’uovo e l’analisi di ogni momento che non ha funzionato, penso di aver fatto le cose al meglio delle mie possibilità. Dal 2009 a oggi ho anche scoperto come nell’hockey ci siano tantissimi ruoli: ero entrata nel gruppo a 16 anni, sono stata capitana a lungo, adesso mi capita anche di giocare meno ma ho sempre accettato tutto per il bene della squadra. Non c’è solo il lavoro sul ghiaccio per far crescere un gruppo, ma tantissimi altri aspetti importanti che per essere colti richiedono flessibilità mentale. D’altronde se il movimento hockeystico femminile cresce bisogna sapersi adattare”.

In un futuro senza più hockey da giocare sul ghiaccio Carola Saletta cosa sente di dire al movimento femminile italiano?

“Che sarò sempre a disposizione per aiutare lo sviluppo di questa disciplina. Una disciplina che non è “mia” ma fatta da tantissime persone. Sin qui è una parte importantissima della mia vita, un giorno in futuro posso condividere le mie esperienze con chi ci sarà, al netto di una sensazione che mi ha lasciato tutto questo viaggio: la Nazionale italiana femminile ha un DNA importante, costruito nel tempo e pronto ad accogliere ogni giocatrice per settare degli standard alti a livello di impegno e abnegazione. Sono sicura che le giovani di oggi cresceranno seguendo l’identità delle ultime stagioni. Sapere di vivere uno sport che cresce, e che ha il futuro al sicuro, è una cosa che mi lascia assolutamente serena”.