Intervista con Jukka Jalonen: “Lascio una Nazionale italiana con tanti giovani e molto compatta a livello di squadra. Chi prenderà il mio posto trova uno staff di alto livello. In questi due anni ho apprezzato il rispetto ricevuto”

Dopo due stagioni è terminato, alla naturale scadenza del contratto, il rapporto tra Jukka Jalonen e la Nazionale italiana. Il 63enne finlandese ha guidato gli azzurri fino alla partita di lunedì con la Slovenia, l’ultima del Mondiale Top Division, e ora tornerà in patria con il ruolo di Senior Advisor dell’HPK di Hämeenlinna, ma ha sicuramente lasciato delle tracce importanti nel gruppo azzurro portando il suo stile tipicamente nordico in un movimento reduce da tante stagioni con una guida prettamente nordamericana.

IL COMUNICATO DELLA FINE DEL RAPPORTO TRA JALONEN E LA NAZIONALE

Jukka Jalonen, l’analisi del suo percorso parte dalla fine, cioè da quella sconfitta con la Slovenia che ha costretto l’Italia a tornare in Prima Divisione Gruppo A dopo un anno. Cos’è successo secondo lei?

“Ci sono tante considerazioni da fare sulla partita con la Slovenia, prima tra tutte quella che per noi era un back-to-back e per loro no (l’Italia aveva giocato il giorno prima con la Danimarca, la Slovenia due giorni prima con il Canada ndr) e questo sposta alla lunga. Siamo partiti bene, ho visto un buon approccio testimoniato anche dal momentaneo vantaggio, sembrava che la partita fosse nelle nostre mani. Poco dopo il gol di Pietroniro abbiamo giocato un brutto power play e da lì è cambiato tutto. L’1-1 e il 2-1 nel giro di neanche due minuti ci hanno fatto perdere focus e confidenza, il 3-1 incassato a 6” dall’intervallo di fatto ha spento la luce. È stata la prima volta nel Mondiale in cui la squadra ha perso la disciplina necessaria per giocare a questo livello, e non parlo solo delle penalità spese ma anche del modo giocare i penalty killing, che sin lì erano stati ben fatti. Credo quindi che la sconfitta di lunedì sia arrivata soprattutto per due fattori: uno mentale, l’altro pratico cioè i problemi che abbiamo avuto per tutto il torneo a segnare”.

Nell’analizzare per intero il Mondiale Top Division quali sono state le cose migliori fatte dalla Nazionale?

“Pur con pochi gol segnati siamo quasi sempre rimasti in partita anche contro avversarie molto più forti. A livello fisico la squadra mi è piaciuta, tante volte siamo cresciuti di periodo in periodo arrivando a giocare dei terzi tempi molto buoni. Per questo credo che abbia aiutato il lungo raduno fatto insieme (un mese esatto, dal 13 aprile con il ritrovo a Bolzano al 13 maggio con la partenza per Friborgo ndr) perché un torneo come il Mondiale Top Division è molto esigente, per di più se non sei una squadra di prima fascia: le “big”, come la Finlandia quando la allenavo, giocano le sette partite del girone in 12 giorni, noi lo abbiamo fatto in 10. Nonostante questo la squadra ha retto, e con la Danimarca avrebbe assolutamente meritato di vincere. Ancora una volta ci siamo scontrati con il problema di fare gol”.

Dopo due stagioni con l’Italia, Jukka Jalonen cosa si sente di dire dei giocatori che ha allenato? Quali le principali qualità?

“Senza fare nomi, ma ritengo che la Nazionale italiana abbia un ottimo gruppo per quello che riguarda la chimica di squadra e sia composta da ragazzi ben disposti ad allenarsi al massimo seguendo le direttive impartite. L’intensità in allenamento non è ìmai mancata, di questo sono soddisfatto, così come delle prestazioni dei giovani che abbiamo inserito tra Olimpiadi e Mondiali Top Division”.

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Si parla tanto dello sviluppo dei giovani come chiave per il futuro. Un ragazzo italiano che sogna di arrivare in Nazionale cosa dovrebbe fare?

“Nell’hockey di alto livello che c’è oggi nessuno aspetta nessuno, quindi una buona soluzione potrebbe essere andare a giocare all’estero già dai 16 anni. Questo perché gli allenamenti e il livello dei campionati giovanili in paesi come Svizzera, Svezia, Finlandia, Canada o Stati Uniti è più alto che in Italia e questo permette a un ragazzo di crescere con grande velocità ed essere più pronti quando arriverà il loro momento. Qui di fatto ci sono due squadre professionistiche, il Val Pusteria e il Bolzano: vero che i gialloneri hanno dato un po’ più spazio a ragazzi giovani, ma non è facile a 18 anni trovare il proprio posto in ICE Hockey League. Nell’hockey italiano giovanile i talenti non mancano così come l’attitudine, quello che credo serva è alzare il livello del lavoro quotidiano.

Quali sono stati i migliori ricordi che si porta via da questa esperienza italiana, la seconda della sua carriera dopo quella con l’Alleghe nel 1998/99?

“Facile dire il Mondiale di Prima Divisione 2024 con la promozione in Top Division. Credo invece che le cose più belle siano state il rispetto che mi è sempre stato dato da parte di tutti e la possibilità di essere me stesso, portando avanti i miei concetti di hockey senza nessuna interferenza. È stata un’avventura importante, passata anche dalle Olimpiadi invernali dove l’Italia ha giocato tre grandi partite, dove sono sempre stato supportato nella maniera migliore da figure come Stefan Zisser, Marcello Cobelli e Thomas Rottensteiner”.

Cosa direbbe al prossimo head coach della Nazionale italiana?

“Prima di tutto che si trova già a disposizione uno staff di alto livello, ho avuto modo di lavorare al meglio con tutti i miei collaboratori e penso che si possa continuare con loro senza ripartire da zero. Altrettanto importante è girare, vedere le partite e conoscere i giocatori: durante la mia prima stagione quasi 50 ragazzi sono scesi sul ghiaccio con la maglia dell’Italia, ho voluto dare un’opportunità a tutti perché da allenatore di una Nazionale serve conoscere al massimo il movimento. E il movimento italiano ha tante gemme nascoste solo da trovare”.