Il Capitano dell’Italia Thomas Larkin dice basta e si ritira dopo 105 partite e dodici stagioni con addosso la maglia azzurra

Dopo una carriera lunga oltre 20 anni, 105 presenze con l’Italia della quale è stato il capitano per quattro stagioni, una DEL vinta ed esperienze in tutto il mondo Thomas Larkin appende i pattini al chiodo. La partita tra Colonia e Schwenninger (vinta 4-1 dagli Squali e decisiva per l’eliminazione dei Wild Wings) dello scorso 31 marzo è stata l’ultima del 35enne cresciuto hockeysticamente a Varese e poi andato a giocare in tre continenti. Nel giorno di Pasquetta l’addio diventa ufficiale, con Larkin che saluta tutti i suoi compagni e tifosi a Schwenningen dove ha vissuto negli ultimi tre anni durante i quali è stato capitano, ora per lui è tempo di iniziare una seconda parte di vita diversa ma altrettanto importante. Nelle prossime settimane si trasferirà con la famiglia a Varese, quella Varese da cui era partito oltre 20 anni fa per gli Stati Uniti carico di speranze prima di una carriera di altissimo profilo.

STORIE AZZURRE: THOMAS LARKIN RACCONTA THOMAS LARKIN, LA CARRIERA E LA VITA

Thomas Larkin, ora chiude con Schwenninger mentre Svizzera-Italia del 17 febbraio scorso è stata la 105a e sua ultima partita giocata con la maglia della Nazionale italiana. Primi pensieri che le vengono in mente a freddo?

“Il primo ringraziamento va a tutte le persone che ho incontrato durante il mio lungo percorso, e che hanno reso possibile tutto quanto successo. Sono tantissimi coloro che hanno condiviso emozioni, mi hanno aiutato, o sacrificato una parte della loro vita per stare con me. Portare il tricolore è stato, e sarà sempre, l’onore di una vita. Le emozioni che ho vissuto con e grazie ai compagni rafforzano un legame indistruttibile con la maglia azzurra. Non posso ancora dire di aver digerito la cosa, so che dalle prossime settimane cambierò totalmente il mio quotidiano, andando a chiudere un capitolo lunghissimo che mi ha portato fino all’onore massimo: giocare le Olimpiadi in Italia con la maglia dell’Italia. Non sono triste, ma fiero di quanto fatto e voglioso di affrontare le sfide del futuro”.

Perché le Olimpiadi sono state il vertice delle sue emozioni?

“Perché nei giorni passati a Milano ho ritrovato tantissime delle persone importanti per la mia vita. Dai familiari agli amici, da chi ha condiviso i primi anni di carriera insieme ad altri compagni più recenti. Tutto questo messo insieme all’evento più importante per un hockeysta mi ha fatto vivere due settimane incredibili, per di più in casa. Penso che, insieme all’impegno e allo sforzo di tutti i compagni, l’Italia abbia dimostrato a chiunque che può giocarsela anche contro squadre sulla carta molto più forti. Sono fiero di aver guidato una squadra fatta di persone vere che sono andate oltre i loro limiti a Milano Cortina 2026. Centrare i playoff con Schwenninger è poi stato un bonus alla carriera, peccato siano finiti ma sono comunque sicuro della mia scelta”.

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Cosa le ha dato l’hockey fino al 31 marzo scorso?

“Tantissimo della mia vita, sono diventato l’uomo di oggi grazie alle esperienze fatte per merito dell’hockey. Chiaro che all’inizio senza il sostegno della famiglia, capace di investire tempo e soldi sulla mia crescita, non sarei andato lontano e ringrazio loro in primis, poi una volta diventato indipendente negli Stati Uniti sono arrivato ovunque. Ho giocato in giro per il Nordamerica, a Vladivostok o in Cina (nei due anni, 2015 e 2017, in cui ha militato con il Medvescak Zagabria in KHL ndr) e poi in tantissimi posti in Europa. Se penso che da piccolo nelle giovanili del Varese andare a fare un torneo a Bolzano sembrava un viaggio dall’altra parte del mondo, ora posso dire di esserci davvero stato dall’altra parte del mondo”.

Lavorativamente parlando il suo futuro potrebbe essere separato dall’hockey, ma cosa si sente di dire al movimento azzurro?

“Che ci sarò sempre, per chiunque. Voglio condividere le mie esperienze e mettermi a disposizione per parlare ai giovani, tengo tantissimo all’hockey italiano e vorrei poter ridare almeno in parte tutto quello che ho ricevuto. Non mi importa la figura o il ruolo, l’unica cosa che conta è poter essere d’aiuto per valorizzare il mio passato in chiave azzurra”.

Con la maglia dell’Italia ha giocato dal 2010 alle ultime Olimpiadi invernali Milano Cortina per 105 partite ufficiali. Se si riguarda indietro quali sono i momenti più preziosi che ricorda?

“Uno di questi è recente, il primo allenamento a Milano. Lo scorso 5 febbraio (nel pomeriggio l’Italia femminile aveva battuto 4-1 la Francia ndr) in serata siamo scesi sul ghiaccio dell’Arena Santagiulia. A fine lavoro mi sono seduto in panchina in silenzio, avevo quasi le lacrime agli occhi perché vedermi vicino a un ghiaccio con disegnati i cinque cerchi olimpici è stata quasi la realizzazione di una vita. Era tutt’altro che scontato arrivarci, ce l’ho fatta e mi ha dato enormi emozioni.

Ci sono stati tanti altri momenti e mi piace citarli senza parlare dei singoli risultati, ma di tutto il contesto. Ricordo con grande piacere i tanti raduni fatti ad Egna, le situazioni che rinforzano il gruppo, il vissuto quotidiano come tante ore di viaggio in pullman giocando a carte piuttosto che il riprendersi dopo una sconfitta. Ogni volta che c’è stato un raduno e un impegno con la Nazionale ho davvero giocato per la pura passione perché l’azzurro mi ha sempre dato sensazioni uniche.

Ecco forse l’unico momento legato a una singola situazione è il finale del Mondiale di Prima Divisione Gruppo A del 2018. La mattina dell’ultimo giorno eravamo quinti in classifica, nel pomeriggio abbiamo battuto la Slovenia 3-2 all’ultimo istante in una partita senza domani, e poi la sera c’è stata l’inattesa sconfitta della favorita Ungheria con la Gran Bretagna che ci ha permesso di tornare in Top Division. Una festa totale e inattesa con la una Nazionale italiana che per me vuole dire tantissimo”.