Intervista con l’ex portiere della Nazionale italiana Jim Corsi: “Fermare il Canada sul 3-3 al Mondiale 1982 qualcosa di clamoroso. L’azzurro dei miei tempi era vissuto come una famiglia, conservo ricordi bellissimi”
NELLA FOTO DI COPERTINA (CREDITO ALESSANDRO GALBIATI) JIM CORSI DOMENICA A VARESE DURANTE L’AMICHEVOLE TRA I MASTINI E LA CONCORDIA UNIVERSITY, PER LUI LAVORA COME ALLENATORE DEI PORTIERI
Una vita da vincente completamente dedicata all’hockey: può essere questa in estrema sintesi la descrizione di Jim Corsi, indimenticato portiere classe 1954 capace di vincere quattro Scudetti (Gherdeina 1981, Bolzano 1984 e Varese 1987 e 1989) nei suoi 12 anni di Serie A (1980-1992) e vestire per oltre 160 volte la maglia della Nazionale italiana disputando otto Mondiali tra il 1981 e il 1990. L’ultima settimana di agosto e la prima di settembre vedono Corsi nuovamente in Italia con la Concordia University, la sua alma mater in cui si era laureato in ingegneria, per una serie di allenamenti e partite tra la Svizzera, Varese e Alba di Canazei. Ancora estremamente fluente nel parlare l’italiano, l’ex portiere della Nazionale sta approfittando del periodo in Italia per ritrovare vecchi amici e continuare a coltivare la passione per il paese che tanto gli ha dato a livello hockeystico e umano.
INTERVISTA CON L’EX GOALIE DELLA NAZIONALE JIM CORSI
Jim Corsi, partendo dal fondo cosa pensa di quanto fatto dall’Italia maschile alle Olimpiadi di Milano Cortina e della situazione in cui è oggi l’hockey tricolore che, pur vivendo in Canada, conosce molto bene?
“Penso che agli ultimi Giochi l’Italia abbia fatto un’ottima figura contro i migliori giocatori al mondo nel torneo più importante per ogni ragazzo che gioca a hockey. Mi ha fatto parecchio piacere vedere anche come più di metà squadra (14 su 25 ndr) fosse composta da giocatori nati o cresciuti in Italia, prima magari poi di andare a giocare all’estero, ed è la dimostrazione secondo me di come il talento ci sia anche e soprattutto tra i giovani, che non erano pochi. Forse mancava un realizzatore che sapesse “spaccare” le partite, ma questo è un problema che la Nazionale ha da tanto tempo, globalmente credo sia stata un’esperienza importante per tutti. Rispetto ai miei tempi si vede che ora c’è un sistema di formazione diverso, sia a livello di atleti che di tecnici. Conosco bene Mickey Goulet e so il lavoro che ha fatto per impostare un sistema che potesse essere utile a tutto l’hockey italiano, considerando come negli anni sia cambiato molto dal punto di vista dei campionati e dei giocatori che arrivano dall’estero. La cosa più importante, ed è ovvio dirlo, sono i giovani: bisogna che lavorino bene e trovando concorrenza fin da subito, così da guadagnarsi i minuti sul ghiaccio sin dalle squadre Under e arrivare pronti in prima squadra, senza passare i match a guardare i compagni dalla panchina”.
A proposito di sfide contro i migliori al mondo, lei il 21 aprile 1982 contribuì in maniera decisiva all’incredibile 3-3 con il quale l’Italia fermò il Canada al Mondiale, un Canada nel quale giocava un certo Wayne Gretzky. La più grande soddisfazione nei dieci anni di Nazionale? Quale invece quella con i club del nostro paese?
“Quel pareggio contro una formazione di soli giocatori NHL è stato qualcosa di enorme, ricordo come prima della partita diversi compagni azzurri durante il riscaldamento guadavano ammirati gli avversari, che in effetti erano i migliori. Una volta gettato il primo disco però abbiamo messo tutto sul ghiaccio, io ho parato come forse mai in carriera trovando un risultato che definirei enorme. A livello di club invece credo che la soddisfazione più bella sia stata il primo Scudetto vinto con Varese nel 1987: ebbi la sensazione di aver portato in alto una città e una squadra che erano cresciute insieme, considerando come quello fosse il primo titolo dei gialloneri e fu festeggiato in maniera incredibile. Io in NHL non ho avuto molte possibilità di giocare, i tempi erano diversi, ma penso durante la carriera di aver dimostrato buone qualità: va benissimo così perché umanamente tutta la mia esperienza italiana mi ha dato tantissimo”.
Nelle Nazionali in cui ha giocato tra il 1980 e il 1990 c’erano tanti giocatori italo-canadesi o italo-statunitensi, situazione derivante da una Serie A infarcita di stranieri. Che ricordi ha dell’esperienza in azzurro lunga un decennio?
“Che è come se non fosse mai finita. Pochi mesi fa in diversi ci siamo ritrovati a casa di Albert Di Fazio (terzino passato dal Val Pusteria, Valpellice, Asiago e a Varese fino al 1992) e sembrava che fossimo di nuovo noi pronti per giocare. Forse non eravamo tutti grandi amici fuori dal ghiaccio, ma in quelle Nazionali chiunque era pronto a dare il massimo per i compagni durante ogni partita, sia che si trattava di una parata, di una carica o di un block shot. Aiutare il prossimo era il nostro fondamento, e devo dire che è stata un’esperienza molto gratificante a pensarci pur a tantissimi anni di distanza”.
Nella sua carriera da tecnico ha lavorato per 23 anni come allenatore dei portieri per franchigie NHL (Buffalo dal 1998 al 2014, poi Saint Louis Blues e Columbus Blue Jackets fino al 2021). Le sarebbe piaciuto avere anche un incarico con la Nazionale italiana?
“Sicuramente, ma purtroppo non ne avevo il modo considerando come ai tempi NHL e IIHF fossero due mondi ben più distanti rispetto ad oggi. Ho potuto solamente lavorare come assistente di Goulet nel Mondiale Top Division 2008, poi purtroppo i tempi non coincidevano mai e questa possibilità non è arrivata. Mi tengo strette comunque le tante soddisfazioni che ho avuto da giocatore della Nazionale italiana, quelle non potrà toccarmele nessuno”.




