Storie Azzurre, Alex Trivellato: “La maglia dell’Italia per me prima di tutto vuol dire rispetto. Al Mondiale la chiave sarà l’unità del gruppo”
In una Nazionale italiana che dopo le Olimpiadi di Milano Cortina si sta rinnovando restano dei pilastri fondamentali per l’equilibrio del gioco e dello spogliatoio, considerando il peso specifico morale ancor prima che tecnico di alcuni dei leader azzurri. Tra di loro senza dubbio alcuno va inserito Alex Trivellato, difensore classe 1993 che al momento è il giocatore in attività con più presenze (149 al 8 maggio 2026) e pronto a scalare ulteriormente la classifica con le prossime due amichevoli con la Gran Bretagna e l’imminenteMondiale Top Division. Tanti i tornei iridati giocati, da parte del difensore originario di Laives, tante le esperienze con una Nazionale nella quale ha vissuto molto dei passaggi fondamentali degli ultimi lustri, compresa l’esperienza alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Nella sua lunga carriera non c’è stato solo spazio per l’azzurro, ma anche per diverse importanti esperienze a livello di club soprattutto in Germania, dove si è trasferito nel lontano 2009. Le costanti della sua storia sono la forza di volontà, l’abnegazione nel voler centrare l’obiettivo di fare dell’hockey la sua vita partendo dalla situazione comune di un ragazzo carico di sogni.
Alex Trivellato, per lei l’hockey è stata la conseguenza naturale degli interessi di famiglia oppure una scoperta casuale diventata poi la passione di una vita intera?
“Decisamente una scoperta casuale, perché i miei genitori praticavano una disciplina molto diversa. Erano ballerini, e con loro da piccolo ricordo di aver girato tantissime location nel nord Italia per assistere alle gare, mentre l’unico link familiare con l’hockey su ghiaccio è stato uno zio che giocava a livello amatoriale. Lui ha iniziato a portarmi a pattinare sul lago ghiacciato di Caldaro o a Costalovara, e qualcosa mi è scattato dentro. Sono andato a giocare a Laives, il mio paese, alternando da piccolo anche esperienze con il calcio dove mi dividevo tra difesa e centrocampo, oltre ai momenti in cui seguivo i genitori alle loro gare di ballo. Crescendo poi ho dovuto scegliere e, sinceramente, c’è mai stata storia: l’hockey era la mia grande passione e così dall’età di 12 anni mi sono focalizzato solo su quello”.
Giovanili fra Trento e Laives, poi a 16 anni il trasferimento in Germania per passare alle giovanili del Kaufbeuren. È stato tutto in discesa grazie a un talento a volte innato a quelle età?
“No, per niente. All’inizio penso di poter dire che facessi abbastanza fatica, poi ricordo verso le fine dell’Under 14 di aver fatto un click ponendomi prima di tutto degli obiettivi e crescendo a livello mentale: meno paura di subire le cariche, più decisione nell’allenarmi e la volontà di credere in questo processo legato all’hockey. Prima della Germania ci sono stati anche dei passaggi in Repubblica Ceca, perché a Laives il nostro allenatore veniva da quel paese e a livello familiare non avevamo molti altri agganci, tutte esperienze estremamente utili. Da un certo punto di vista la svolta è stata quella di un torneo giovanile fatto con il Comitato Alto Adige, al termine del quale sono stato contattato dalla squadra tedesca che voleva darmi un’opportunità e ho colto la palla al balzo non vedendo molti altri sbocchi. Non è stato facile lasciare casa a 16 anni ma ero deciso a provarci, grazie anche al sostegno dei miei genitori che mai mi hanno ostacolato: sono bastate poche partite di prova e mi hanno inserito nel roster Under 18 del Kaufbeuren”.
Un’esperienza durata solo nella stagione 2009/10 prima del passaggio a Berlino, ancora più lontana da Laives e ancora più grande di Kaufbeuren. Un cambio di vita netto e quanto voluto?
“Totalmente perché giorno dopo giorno ero sempre più deciso a diventare un giocatore di livello. In passaggi del genere le difficoltà non mancano, ma credo che con la forza di volontà e la disponibilità al sacrificio si possono superare. Con i Junior Eisbaren Berlino ho iniziato a stringere anche legami importanti a livello umano, tanto che diversi dei giocatori di allora sono poi venuti al mio matrimonio, e abbiamo centrato la finale del campionato giovanile perdendo solo alla terza partita. Una super esperienza insomma, seguita poi nel 2012/13 dal passaggio nel FASS Berlino, di fatto la seconda squadra degli Eisbaren dove venivano mandati i giovani più promettenti cui veniva data la possibilità di allenarsi una volta a settimana con i “grandi”. Lì ho capito ancora di più, stando insieme ai giocatori veri, dove volessi arrivare”.
Siamo nel 2013, quando ha già messo insieme diverse esperienze con le Nazionali giovanili italiane Under 18 e Under 20 oltre a stagioni importanti in Germania. Un viaggio umano importante.
“E anche divertente, perché ricordo il tempo nelle giovanili degli Eisbaren dove vivevo in una foresteria insieme a 12 compagni e ne abbiamo combinate parecchie, pur sempre tenendo il focus sui nostri obiettivi. Importante l’esperienza al debutto con la prima squadra di Berlino, dove sono entrato in uno spogliatoio pieno di veterani e di regole magari nate da una mentalità antica al giorno d’oggi, ma utili per la mia carriera soprattutto nel modo di pormi, adesso che sono cresciuto, con i ragazzi più giovani che magari si affacciano per la prima volta a un gruppo come questo della Nazionale”.
Da quella prima stagione con gli Eisbaren Berlino la DEL è sostanzialmente stata la sua casa, visto che tolta l’esperienza al Bolzano nel 2021/22 e qualche rapido passaggio nella seconda lega tedesca ha raccolto qualcosa come 553 presenze con 36 gol e 85 assist fino allo scorso aprile. L’Alex Trivellato di tredici anni si fa si immaginava di arrivare a questo punto?
“Difficile da dire, io cerco di non avere rimorsi in ciò che faccio ma a posteriori alcune scelte danno sempre letture diverse. Nel 2015 sono andato in prestito agli Schwenninger Wild Wings per avere spazio e fare esperienza, forse rimanendo a Berlino mi sarei fatto le ossa in maniera diversa e avrei magari vinto anche un campionato, ma posso dire di essermi trovato bene in tutte le situazioni e le città in cui ho vissuto e giocato. Sono contento di quanto fatto, sin qui è stata una bella avventura”.
A proposito di avventure, nel novembre 2013 inizia il suo lunghissimo e ancora attivo percorso con la Nazionale italiana. Subito impegnato nelle amichevoli e poi in chiusura di stagione il primo Mondiale, subito un torneo di Top Division a 21 anni. Quali ricordi conserva di quell’inizio di carriera in azzurro?
“Sin dalle prime partite in azzurro ero arrivato molto carico, deciso a far vedere a tutti le mie qualità e sfruttare la chance offerta. Ricordo benissimo come alla fine del raduno di Asiago prima della partenza per Minsk (il torneo 2014 si svolse tutto nella capitale bielorussa ndr) avevo scoperto la notizia da un membro dello staff tecnico di allora, ancor prima che l’head coach Tom Pokel me la dicesse. Stavo tornando a Laives con la musica a palla e tanta felicità nel cuore, perché in un contesto di alto livello sapevo di affrontare quella che allora era la più grande sfida possibile. Aspettative poche a 21 anni, ma tanta capacità di godersi il momento e un contesto come quello del Mondiale Top Division con tantissimi tifosi sugli spalti e contesti visti sin lì solo in televisione”.
Dopo quello di Top Division 2014 ha giocato altri nove Mondiali, con l’edizione 2026 che diventerebbe il suo undicesimo torneo iridato. Tanti. Se dovesse trovare un momento simbolo del suo viaggio con l’Italia?
“Facile, 20 maggio 2019 a Bratislava, partita con l’Austria decisiva per la salvezza in Top Division. Ricordo ogni singolo passaggio di quel giorno, dal riscaldamento alla telefonata ai miei genitori dopo la vittoria per 4-3 ai tiri di rigore (gol di Bardaro su assist proprio di Trivellato, Simon Kostner e Rosa, penalty decisivo di McMonagle a oltranza ndr). Quel torneo è stato devastante, nel senso che nelle prime cinque partite non siamo riusciti a fare nemmeno un gol incassando una serie di sconfitte nette con Svizzera, Svezia, Russia e Repubblica Ceca. Sembravamo una squadra già condannata, ma da un certo punto di vista avevamo tutti il focus sull’ultima decisiva sfida con l’Austria, che però a differenza nostra non raccoglieva punti pur giocando belle buone partite. Il match decisivo lo abbiamo voluto di più noi, probabilmente gli austriaci avevano una rosa migliore a livello tecnico ma eravamo troppo decisi. Altre volte la Nazionale italiana ha sorpreso il mondo, mi vengono in mente alcune promozioni dal Gruppo A conquistate contro pronostico, e anche in quell’occasione il gruppo ha fatto vedere di saper andare oltre la logica”.
Restando sul concetto di gruppo e prendendo proprio l’esperienza del Mondiale Top Division 2019, come secondo Alex Trivellato si costruisce la forza di uno spogliatoio?
“Innanzitutto instaurando una sorta di fratellanza tra i giocatori. Sei anni fa c’era una squadra che era insieme da un po’ di stagioni e pronta a tutto, anche se abbiamo subito sconfitte pesanti non ci siamo disuniti. Sono cose che però non si possono programmare o costruire a tavolino, bisogna che scatti qualcosa a livello di gruppo, non facile da trovare, e tutti si mettano a disposizione del bene comune cioè l’obiettivo da centrare. Servirà la stessa cosa anche nel prossimo Mondiale Top Division: entrare in pista sempre uniti e pronti a lottare per i compagni, fiducia totale nella squadra e nel sistema di gioco che verrà approntato. A Friborgo inizieremo a giocare contro le squadre più forti (Canada, Slovacchia, Repubblica Ceca e Svezia nelle prime cinque partite, in mezzo la Norvegia ndr) e questo servirà a prendere il ritmo e farci capire cosa occorre fare per potersela giocare soprattutto puntando al match con la Slovenia, l’ultimo del lotto. Se quella partita sarà decisiva dovremo riuscire a fare la maggior parte delle cose in maniera automatica, credere nella forza del gruppo ed essere pronti a tutto sia a livello fisico che mentale”.
Dopo oltre 13 anni nel giro della Nazionale, cosa vuol dire indossare la maglia azzurra per Alex Trivellato?
“Innanzitutto rispettarla e accettando sempre le convocazioni. Per come sono fatto io, anche una stagione lunga e dispendiosa a livello fisico come può essere quella della DEL non deve mai essere causa di rifiuto. Ogni esperienza fatta con l’Italia permette di portare avanti la crescita di tutto il gruppo e, personalmente, so che quando finisce l’ultima partita del Mondiale ogni anno arriva un periodo di vuoto perché per diverse settimane si stacca dall’hockey e soprattutto dagli amici che questo permette di creare. Più di una volta è capitato che finito il torneo iridato mi venisse qualche linea di febbre, è come se si spegnesse completamente una macchina per nove-dieci mesi è stata usata alla massima potenza. Anche questo, per come la vedo io, vuol dire rispettare la maglia azzurra”.











